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Alone in the Dark


  • Sistemi:XBOX360
  • Genere:Survival Horror
  • Distributore:Atari
Ritorno alle Origini
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Il genere dei cosiddetti “survival horror” è rimasto, forse più di ogni altro, curiosamente legato alle sue origini. Infatti, dopo ben quindici anni di storia ludica, a farla da padrone sugli scaffali e nei cuori dei videogiocatori sono ancora gli stessi titoli - più o meno evolutisi - che hanno dato inizio al fenomeno.
E non c’è caso più rappresentativo di Alone in the Dark: una serie nata nel lontano 1992 con un primo episodio entrato a buon diritto nell’olimpo dei videogames, che dopo altri tre capitoli all’attivo si ripresenta oggi, nel 2008, con un nuovo titolo dalle stesse ambizioni del capostipite e che cerca di spingersi molti passi avanti rispetto alla concorrenza.
Il produttore Atari ha fatto, fra gli altri, un balzo non da poco anche nell’ambientazione, catapultandoci dagli anni ’30 e dalle ville misteriose alla New York dei giorni nostri, pur non rinunciando, come scoprirà il giocatore, al protagonista “storico” e alle radici di chiaro stampo Lovecraftiano della saga.
Diamo un’occhiata quindi alle prime battute del gioco per scoprire cosa ci aspetterà quando saremo, ancora una volta, “soli nel buio”.
Caos nella Grande Mela

Il nuovo Alone in the Dark inizia con il risveglio del nostro personaggio da un qualche tipo di shock, che l’ha lasciato fra l’altro senza alcuna memoria degli eventi precedenti. Non che questo importi molto, dal momento che un losco figuro e il suo tirapiedi, presenti al nostro risveglio insieme ad un vecchio che sembra conoscerci, manifestano l’intenzione di liberarsi definitivamente di noi.
Fortuna (o sfortuna?) vuole che il grattacielo newyorchese nel quale ci troviamo sia evidentemente popolato da creature arcane che si muovono come crepe nei muri e inghiottiranno provvidenzialmente il nostro “boia”. Ben presto però scopriremo che la situazione rimane drammatica, perchè qualunque cosa si celi dentro muri e soffitti sta distruggendo progressivamente e velocemente l’intero edificio, scatenando incendi e cedimenti di ogni tipo e dando vito a una serie di sezioni di gioco altamente spettacolari, che a dire il vero hanno molto di “survival” e molto meno di “horror”.
Ma questo è solo il preludio ad una serie di eventi e situazioni di gioco che ci porteranno a scappare rocambolescamente dal grattacielo, fare la conoscenza di alcuni personaggi chiave e capire qualcosa in più sul nostro passato e su quello che sta succedendo, per giungere infine a Central Park, teatro di gran parte del gioco; e tutto questo solo nei primi due episodi del gioco.
Preparate i Pop Corn

Il termine episodio non è usato a caso: Alone in the Dark adotta infatti un approccio originale che lo rende molto simile ad un serial televisivo. Azione e trama del gioco sono divise in 8 diversi episodi, costituiti ulteriormente da più capitoli, a cui il giocatore può accedere in maniera del tutto non-lineare esattamente come se stesse visionando un DVD della propria serie preferita: possibilità che, nei piani di Atari, può servire a giocatori meno smaliziati per saltare sequenze più complesse o frustranti e arrivare comunque a vedere il gran finale (unico punto del gioco non raggiungibile con questo sistema), o semplicemente a rivedere (rigiocare) facilmente la propria “puntata” preferita. Inoltre, in pieno stile televisivo, ogni episodio terminerà con un momento topico che vi lascerà con il fiato sospeso, mentre ad ogni nuova sessione di gioco o all’inizio di un nuovo capitolo un video con sequenze di gioco montate ad arte vi fornirà il “riassunto delle puntate precedenti”.
Più in generale, gli sforzi degli sviluppatori per rendere questo videogioco quanto di più simile ad un’esperienza cinematografica sono evidenti e in gran parte riusciti, e fanno di Alone in the Dark un’esperienza particolare e particolarmente coinvolgente. Ad esempio, oltre alle classiche modalità di controllo in terza e prima persona (quest’ultima legata soprattutto all’uso delle armi e di altri oggetti), il gioco prevede anche alcune sequenze a inquadratura fissa, movimenti di macchina degni di un blockbuster e climax sottolineati dall’uso dello slow motion; tutti artifici volti a creare e sottolineare momenti di assoluta emozione perfettamente integrati nel gameplay, che siano acrobazie sui cornicioni del grattacielo in fiamme o evoluzioni automobilistiche nelle devastate strade della grande mela. Con una simile impostazione, non stupisce la cura riposta nelle vere e proprie cutscene, forti di un ritmo e di una regia serrate, di una trama che pur, essendo imbevuta di clichè, (a partire dalla bellona affiancata presto al protagonista, come Hollywood insegna) sembra intrigante e di un doppiaggio di assoluta qualità anche nella lingua nostrana.
Fisica, Fuoco e Fantasia

Sul versante del gameplay non sembra che all’Atari si siano adagiati sugli allori: al contrario, fin dalle prime battute di gioco è chiaro che gli obiettivi degli sviluppatori sono varietà e profondità ai massimi livelli. Se la prima è garantita dalla presenza di sezioni “platform”, di combattimento, di esplorazione e risoluzione di “enigmi” e perfino di guida, la seconda è affidata ad elementi, se non di assoluta novità, quantomeno di notevole interesse almeno sulla carta.
A farla da padrone è soprattutto un’estesa interattività unita ad un uso assolutamente realistico della fisica: il nostro protagonista è infatti in grado di impugnare e usare eventualmente come arma qualsiasi oggetto di dimensioni adeguate (e comunque spostare anche oggetti più grandi), dalle padelle alle sedie per passare a estintori e scope.
Grazie allo stick analogico di destra è possibile muovere questi oggetti in modi diversi, ad esempio usare un estintore come ariete per sfondare una porta o farlo oscillare davanti a noi per abbattere un nemico, o ancora avvicinare una sedia a delle fiamme per darle fuoco. Proprio quest’ultimo è un altro elemento fondamentale del gameplay, e come tale è stato reso realistico e dinamico come mai visto prima: ogni oggetto può essere più o meno infiammabile e si comporterà realisticamente come tale una volta a contatto con il fuoco (fino a diventare uno scheletro incenerito), aprendo ulteriori scenari di interazione come la possibilità di eliminare ostacoli o superare porte grazie alle fiamme, o dare fuoco ai nemici - unico modo per liberarsene definitivamente - con gli oggetti più disparati.
Oltre ai “piromani”, Alone in the Dark accontenterà sicuramente anche i fan di MacGyver, grazie ad un sistema d’inventario (che viene rappresentato con inusuale realismo dalla giacca stessa del protagonista con i suoi limitati scomparti) votato ancora una volta all’interattività e alla discrezione dell’utente: il giocatore infatti potrà raccogliere gli oggetti più disparati come batterie, fazzoletti, bottiglie, spray e molto altro per combinarli nella maniera più proficua possibile. Ad esempio con una bomboletta spray e un accendino ecco a nostra disposizione un pratico lanciafiamme, mentre con bottiglie di liquido infiammabile e qualche fazzoletto è questione di un attimo creare un’utilissima molotov, che può anche essere resa adesiva se combinata con dell’innocuo scotch. Insomma, un incentivo a usare l’ingegno e la fantasia per sopperire alla soverchiante orda di nemici e alla bassa efficacia della canonica arma da fuoco.
Quando le apparenze ingannano

Dopo quanto abbiamo scritto probabilmente molti di voi staranno pensando ad un acquisto obbligato, e di certo ne avete tutti i motivi. Non può essere infatti negato che l’ultimo capitolo di questa fortunata serie ha tutti gli ingredienti del gioco di successo, con in più alcune scelte audaci, profonde e innovative, almeno in teoria, che troppo spesso mancano anche in giochi di grande spessore.
Eppure, l’impressione lasciataci dalle prime ore di gioco è meno positiva di quanto sarebbe lecito aspettarsi, pur avendo apprezzato le caratteristiche fin qui descritte. A metterci in allarme sono una serie di mancanze più o meno nascoste e il persistente sospetto che gli sviluppatori non abbiano saputo portare a compimento alcune delle scelte fatte.
In particolare, a nostro giudizio la tanto decantata libertà d’azione e grande interattività proposta dall’impianto di gioco si rivela essere più “potenziale” che altro; vi sono certamente circostanze ed eventi, come pure il combattimento con i nemici, che possono essere affrontati con diversi approcci, e una volta giunti a Central Park sarà evidente perfino una certa componente free-roaming, ma allo stesso tempo la sensazione di essere continuamente “guidati” da un’infinita serie di eventi scriptati e di essere, in realtà, su un binario stabilito a priori è più che illusoria. Poter aprire una porta in tre modi diversi, uccidere un nemico con una padella o con un estintore e scegliere se vagare per il parco con una macchina o a piedi sono tutte possibilità interessanti ma piuttosto secondarie, mentre gli eventi che contano davvero sono praticamente tutti indipendenti dal nostro controllo.
Un altro aspetto estremamente controverso è quello più puramente tecnico: il motore grafico del gioco è capace di performance stupefacenti, fra cui possiamo annoverare un illuminazione real-time estremamente curata, la gestione convincente del fuoco e alcuni scorci e ambienti dall’aspetto eccezionale (ad esempio la corsa in taxi per le strade di New York o le sequenze ambientate sui cornicioni a venti piani da terra sono di altissimo valore); proprio per questo risaltano ancora di più esiti molto più infelici come la risoluzione delle ombre o il self-shadowing, la modellazione e animazione di alcuni visi e personaggi, la realizzazione della vegetazione o più semplicemente la qualità altalenante delle texture.
Altri punti interrogativi, anche se forse più soggettivi, sono la qualità della trama e la fedeltà dell’esperienza allo spirito originale della serie, forse troppo sacrificate dalla tendenza alla spettacolarizzazione e all’azione, e il feeling del sistema di controllo, che a noi è sembrato macchinoso e inadeguato a gestire al meglio e con naturalezza una mole oggettivamente enorme di azioni possibili.
 
La nuova incarnazione di Alone in the Dark è sicuramente un software che appassionati del genere e non devono tenere d’occhio. Atari ha messo sul piatto una presentazione accattivante e coinvolgente, delle caratteristiche tecniche all’avanguardia e un gameplay innovativo dalle grandi possibilità, ovvero praticamente tutto quello che si chiede ad un titolo next-gen. Nell’attesa di poter analizzare il gioco completo nella versione finale, non possiamo però non cogliere alcuni campanelli d’allarme che farebbero pensare ad un risultato non all’altezza delle aspettative e delle dichiarazioni dei PR, e a un prodotto alla resa dei conti molto meno “fuori dai canoni” e fatto più di apparenza che di sostanza. Appuntamento fra meno di un mese per scoprire da che parte penderà la bilancia.

Everyeye